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Microespressioni e menzogna: quanto si può capire da un volto?

Microespressioni e menzogna: studi, tempi, risultati dei corsi e limiti delle interpretazioni del volto. Che cosa puoi verificare dopo un’intervista?

TrueCrime.today Editorial7 min di lettura
Tavolo di ricerca immaginario con lente, sagome anonime su pellicola e un quaderno TrueCrime.today.

TL;DR

Le microespressioni non consentono di stabilire da sole se una persona mente. Gli studi osservano movimenti brevi, emozioni nascoste e capacità di riconoscimento, con definizioni e compiti diversi. Per valutare una frase servono informazioni sulla sua veridicità; un’emozione, anche se riconosciuta correttamente, non ne rivela automaticamente la causa.

Un sorriso fuori posto ti fa cambiare idea?

Stai ascoltando un’intervista difficile. Per un attimo compare qualcosa che sembra un sorriso, proprio mentre si parla di un fatto doloroso. Il commento del video lo presenta come soddisfazione nascosta. Dopo qualche ripetizione, quel dettaglio occupa più spazio della risposta che avevi appena ascoltato.

Nel riconoscimento delle bugie il problema è capire quale informazione permetta di distinguere una spiegazione dalle altre. La persona potrebbe reagire all’imbarazzo, a una frase precedente o alla tensione della situazione. Potrebbe anche nascondere qualcosa. Il movimento, isolato, non sceglie fra queste possibilità.

Puoi prendere sul serio una reazione senza attribuirle subito un significato. Il primo passo è descriverla e recuperare la sequenza. Poi viene la domanda sul racconto: quale affermazione sarebbe falsa e che cosa potrebbe dimostrarlo? È lì che l’impressione diventa una questione verificabile.

Che cosa si intende per microespressione?

Si parla di espressioni facciali molto brevi, studiate come possibili manifestazioni di un’emozione che la persona cerca di trattenere. Paul Ekman ha contribuito a rendere noto questo filone. La brevità può far sembrare il gesto particolarmente rivelatore, ma per misurarlo occorre decidere quando comincia e quando finisce.

Alcuni studi usano finestre di circa 40–200 millisecondi; altri arrivano a mezzo secondo. Inoltre, il tempo necessario per raggiungere il massimo dell’espressione non coincide con la durata complessiva. Yan e colleghi hanno affrontato questa distinzione nel 2013.

Il sistema FACS, Facial Action Coding System, descrive movimenti visibili attraverso unità d’azione. Offre un linguaggio per precisare l’osservazione. Il passaggio dal movimento all’emozione, e dall’emozione alla menzogna, richiede altre ragioni. Il nome tecnico non le fornisce da solo.

Tre domande diverse: quale movimento vedi, quale emozione potrebbe esserci e quale fatto puoi verificare. Contesto e riscontri servono per passare da una domanda all’altra.

I numeri della ricerca sulle emozioni nascoste

Porter e ten Brinke analizzarono nel 2008 697 espressioni e 104.550 fotogrammi in un esperimento sulle emozioni nascoste o simulate. Le microespressioni secondo il criterio stretto comparvero in circa il 2% delle espressioni, in approssimativamente il 22% dei partecipanti. Altre manifestazioni emotive incongruenti erano più comuni.

Questi numeri aiutano a capire quanto fosse rara quella categoria nella prova. Non descrivono la percentuale di dichiarazioni false scoperte da chi osservava. Un conteggio di espressioni e un giudizio corretto su una storia hanno unità diverse; confonderle fa sembrare il risultato più vicino all’applicazione pratica di quanto sia.

Nell’analisi di un caso di true crime la stessa attenzione serve a distinguere ciò che una fonte documenta da ciò che suggerisce. Se il filmato registra una smorfia, documenta quel movimento. Per documentare una consegna, un incontro o un orario occorre una verifica adatta a quel fatto.

Quando un esperimento trova differenze fra gruppi

Lo studio di Matsumoto e Hwang del 2018 coinvolse 77 persone in un controllo di sicurezza simulato. Gli autori trovarono differenze fra i gruppi di verità e menzogna nelle espressioni negative combinate usando soglie di 0,40 e 0,50 secondi. Non le trovarono con 0,30 secondi o nella finestra di 40–200 millisecondi.

Il dato favorevole va conservato insieme al suo compito: una menzogna sulle intenzioni future, entro una situazione sperimentale. La durata scelta e l’aggregazione delle espressioni fanno parte della spiegazione. Non puoi sostituire queste condizioni con una promessa riferita a qualunque persona intervistata.

Gli autori dichiararono il proprio impiego presso Humintell, che vende prodotti in questo ambito. È un interesse da conoscere mentre valuti il lavoro. Servono comunque il confronto dei metodi e repliche indipendenti: la presenza dell’interesse non dimostra un errore, così come un risultato positivo non chiude la discussione.

Riconoscere meglio un volto dopo un corso

Nello studio pilota sull’allenamento del 2025 furono analizzati 27 adulti con umore basso per tre settimane. La riuscita nel riconoscimento emotivo passò dal 37,4% al 57,2%, confrontando il primo tentativo con l’ultima sessione. La differenza calcolata è di 19,8 punti percentuali.

La prova non aveva un gruppo di controllo e non misurava la capacità di distinguere racconti veri e falsi. Il miglioramento può quindi essere descritto per l’esercizio svolto. Per sapere se dipende dal trattamento specifico o si trasferisce a un’altra attività servono confronti ulteriori.

Nel 2021 Döllinger e colleghi studiarono condizioni diverse di allenamento e riscontrarono progressi legati al compito praticato, senza trasferimento generale fra le due capacità emotive esaminate. Se vuoi comprare un corso, chiedi che cosa è stato provato su volti e domande nuovi. Una promessa più ampia dell’esercizio richiede prove più ampie.

Quanto dura il gesto nel filmato originale?

Una reazione di 200 millisecondi mostrata otto volte più lentamente dura 1,6 secondi sullo schermo. È un semplice calcolo: 0,2 moltiplicato per 8. Nel colloquio originario la reazione resta durata 0,2 secondi. È cambiato il tempo che hai per osservarla.

In un esempio a 25 fotogrammi al secondo, gli istanti di campionamento distano 40 millisecondi. I 200 millisecondi coprono cinque intervalli. Non significa che troverai sempre cinque immagini nitide dell’intera espressione: contano la fase iniziale, la compressione, l’illuminazione e l’inquadratura.

Il rallentatore può aiutarti a descrivere il gesto. Può anche renderlo insolitamente insistente. Tornare alla velocità normale permette di ricollocarlo nel ritmo del discorso. Con un fermo immagine manca persino lo sviluppo del movimento, quindi la spiegazione dovrebbe fare ancora meno affidamento sulla singola posa.

La busta in portineria: un esempio inventato

In una conversazione immaginaria si parla di una busta ritirata in portineria. Alla domanda «L’hai presa prima dell’arrivo della polizia?» la persona risponde: «La portineria conserva tutte le consegne». Un mezzo sorriso compare durante la frase. Il commento lo interpreta come piacere per averla fatta franca.

La risposta lascia aperto il momento del ritiro. Puoi chiedere quando è avvenuto e su che cosa si basa il ricordo. Un registro delle consegne potrebbe chiarire un orario, se conosci le regole con cui veniva compilato. Nessuna di queste verifiche ha bisogno di stabilire prima che cosa significasse il sorriso.

Se il registro indica un orario diverso, devi ancora capire se annota l’arrivo, il ritiro o la registrazione successiva. Anche una discrepanza autentica non dimostra da sola l’intenzione di ingannare. La domanda diventa più concreta man mano che verifichi i singoli passaggi, invece di attribuire al volto tutte le informazioni mancanti.

La spiegazione alternativa va controllata

Proporre un motivo diverso per la stessa espressione serve a mostrare l’incertezza. Non rende quel motivo automaticamente corretto. Dire «forse era imbarazzo» non prova più di «era soddisfazione»: entrambe sono ipotesi finché mancano elementi capaci di distinguerle.

La critica accademica di Judee Burgoon del 2018 affronta proprio i collegamenti fra espressione, emozione e inganno. È un contributo all’interpretazione della letteratura, non un nuovo esperimento con una propria percentuale di successo. La sua utilità sta nel rendere visibili le premesse che spesso il commento lascia implicite.

Questo riguarda anche i software. Un programma può classificare movimenti o riprodurre etichette emotive. Devi sapere chi ha stabilito quelle etichette e come è stata accertata la verità delle dichiarazioni. Se una macchina ripete l’impressione di chi ha annotato il filmato, non ha ancora dimostrato di verificare il racconto.

Che cosa chiedere a chi interpreta un volto

Chiedi il passaggio completo, il momento della reazione e la descrizione osservabile. Poi identifica l’affermazione che il commento considera smentita. Una risposta precisa ti permette di discutere una verifica; una spiegazione che adatta qualsiasi reazione al sospetto è molto più difficile da mettere alla prova.

Per una tecnica contano gli errori sui racconti veri e quelli sui racconti falsi. La prova dovrebbe includere persone nuove e chi giudica non dovrebbe conoscere in anticipo la soluzione. Mostrare solo episodi riusciti lascia fuori proprio i casi necessari per stimare l’affidabilità.

C’è anche un costo per chi appare nel video. Se un comportamento calmo viene chiamato freddezza e uno agitato diventa prova di colpa, la persona non ha modo di contraddire il commento. Per questo una descrizione circoscritta e un dubbio dichiarato sono spesso più onesti di un’etichetta personale.

Studiare le espressioni senza leggere i pensieri

Le espressioni brevi e l’apprendimento emotivo offrono domande scientifiche concrete. I risultati possono essere utili quando restano collegati al campione, al compito e alla misura. Per applicarli alla veridicità di una dichiarazione bisogna dimostrare il passaggio, non darlo per acquisito.

Dopo aver visto una reazione, puoi formulare una domanda sul contenuto e cercare un riscontro. Se emergono informazioni nuove, la spiegazione può cambiare. Non occorre aver indovinato subito un pensiero nascosto per capire meglio una storia.

Per il prossimo episodio

Puoi chiedere chiarimenti su uno studio, sulla durata di un’espressione o sui risultati di un allenamento. Non inviare registrazioni private, passaporti, contratti, dati bancari o altri documenti personali.

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