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Psicologia criminale: quanto sappiamo davvero di una persona?

Come la psicologia criminale studia motivi, personalità e comportamenti, e quali prove servono prima di attribuire un disturbo o prevedere una nuova violenza.

TrueCrime.today Editorial7 min di lettura
Scrivania di ricerca immaginata con un quaderno TrueCrime.today e cerchi sovrapposti. Illustrazione editoriale generata con IA.

In studio fermano un’intervista proprio mentre una persona abbassa gli occhi. Qualcuno legge quel gesto come vergogna, qualcun altro come calcolo. Dopo pochi minuti, la discussione riguarda già la sua personalità. Eppure il passaggio decisivo è rimasto senza risposta: quali informazioni permettono di scegliere un’interpretazione invece dell’altra? La psicologia criminale può aiutare a porre questa domanda anche a chi racconta un caso.

TL;DR

La psicologia criminale studia comportamenti legati al crimine, motivazioni, condizioni e possibilità di intervento. Non consiste nel riconoscere un colpevole da un gesto. Un tratto di personalità, una diagnosi e la ricostruzione di un reato richiedono prove diverse. Per leggere una spiegazione psicologica, chiediti che cosa è stato osservato e come si è arrivati alla conclusione.

Perché la scena ci sembra già una spiegazione?

Un’inquadratura ravvicinata e una pausa rendono un momento memorabile. Se prima ti hanno raccontato una menzogna, potresti leggere il gesto come un tentativo di nascondere qualcosa. Se ti hanno raccontato una perdita, potresti leggerlo come dolore. L’immagine è la stessa; cambia l’informazione con cui la guardi.

Questo esempio non misura quanto il pubblico sia influenzabile. Mostra una domanda che possiamo verificare: abbiamo visto la sequenza completa e conosciamo il momento in cui è stata registrata? La nostra introduzione a che cos’è il true crime distingue gli eventi dal racconto che li organizza per chi guarda.

L’interesse della psicologia non riguarda soltanto la mente della persona nell’inquadratura. Riguarda anche il modo in cui noi mettiamo insieme le informazioni. Se una storia suona coerente, possiamo dimenticare di chiedere quali passaggi siano documentati e quali aggiunti da chi la racconta.

Si studia anche il ragionamento di chi giudica?

Sì. Il Laboratorio di Psicologia Giuridica dell’Università di Bologna descrive ricerche sul ragionamento giudiziario, sull’ordine delle informazioni e sull’integrazione delle prove. È un esempio italiano di un campo più ampio del ritratto di chi avrebbe commesso un reato.

L’ordine delle informazioni merita attenzione anche fuori da un’aula. Prova a ricostruire una scena senza l’aggettivo con cui te l’hanno presentata: al posto di «sguardo freddo», resta una persona che guarda altrove. Ci possono essere altre osservazioni, ma devono essere descritte e collegate al contesto.

Il laboratorio studia anche temi legati alle testimonianze e alle interviste. Questo non significa che il pubblico possa applicare una tecnica improvvisata per riconoscere ogni menzogna. Significa che il modo di raccogliere un racconto, e non soltanto il suo contenuto, è una parte della domanda di ricerca.

Come si passa dall’osservazione alla valutazione?

Osservare che una persona cambia versione è diverso dal decidere perché lo abbia fatto. Potrebbe aver mentito, ricordato male o risposto a una domanda formulata diversamente. Queste possibilità vanno confrontate con le fonti; non sono assoluzioni e non hanno tutte lo stesso peso in ogni situazione.

Osservazione, interpretazione e valutazione sono passaggi distinti. Il contesto può cambiare la lettura di una scena.

La figura mette in evidenza il punto in cui il racconto può correre troppo: una descrizione visibile diventa un motivo interiore senza che siano arrivati nuovi elementi. Una valutazione più ampia può usare colloqui, documenti e informazioni raccolte nel tempo. Deve comunque chiarire quali conclusioni quei dati sostengono.

Nel nostro metodo per analizzare un caso di true crime partiamo dalla provenienza delle informazioni. Un commento su una scena non può diventare una fonte clinica solo perché viene ripetuto da più persone.

Un motivo dimostra un tratto di personalità?

Immagina una frode inventata. Una persona prepara documenti falsi, sceglie quando presentarli e coordina le risposte di chi collabora. Il profitto può essere un motivo da indagare; la preparazione può mostrare un’organizzazione. Nessuna delle due cose, da sola, stabilisce un disturbo di personalità.

La ripetizione di una condotta può far emergere altre domande. Si usa sempre lo stesso metodo? Cambia quando qualcuno controlla i documenti? Ci sono episodi che contraddicono il quadro? Conoscere un singolo atto e conoscere un modello ripetuto non sono la stessa cosa.

Se definiamo tutto «psicopatia», rischiamo di perdere proprio questi dettagli. Il termine sembra rispondere al perché, ma può lasciare intatti i passaggi da verificare. Descrivere obiettivo, mezzi e conseguenze permette invece di discutere ciò che è documentato senza aggiungere una diagnosi.

La personalità resta identica per tutta la vita?

Non è una fotografia immobile. Uno studio longitudinale riassunto dall’American Psychological Association nel 2024 ha riunito 51 campioni e 37.247 partecipanti, con età comprese tra 8 e 77 anni. I tratti narcisistici diminuivano mediamente con l’età, ma le differenze relative tra persone tendevano a mantenersi.

Le due osservazioni possono convivere. In un esempio inventato, tre persone ottengono valori di 8, 6 e 4; anni dopo, di 6, 4 e 2. Tutti i valori sono scesi, ma l’ordine è rimasto lo stesso. L’esempio serve a capire la distinzione e non riproduce le scale o i risultati dello studio.

La ricerca riguarda soprattutto campioni occidentali e tratti, non la guarigione da un disturbo diagnosticato. Non dice che una persona più anziana smetterà di commettere reati, né che una generazione sia diventata più criminale. La domanda studiata e la conclusione che vorremmo trarne vanno tenute separate.

Che differenza c’è tra narcisismo e disturbo narcisistico?

La ricerca sui tratti può misurare differenze nella ricerca di ammirazione, nella grandiosità o in altri aspetti del funzionamento. Una diagnosi di disturbo di personalità richiede una valutazione clinica più ampia: persistenza, contesti, conseguenze e possibili spiegazioni alternative.

Una persona può vantarsi in un’intervista senza che quel momento permetta di stabilire un disturbo. Il comportamento resta discutibile e può essere rilevante per il racconto. Cambia la dimensione dell’affermazione: «si è vantata di questo» descrive una scena; «ha un disturbo» aggiunge una conclusione clinica.

Anche nella frode inventata, l’esigenza di apparire importante potrebbe essere un’ipotesi da esaminare. Per sostenerla servirebbero informazioni. Un’etichetta non deve sostituire la ricostruzione di come sono stati ottenuti i soldi o di chi ha subito il danno.

Psicopatia, sociopatia e personalità antisociale sono sinonimi?

Nel linguaggio quotidiano vengono talvolta sovrapposti. Nella ricerca e nella pratica clinica, le definizioni non coincidono. Psicopatia indica caratteristiche studiate attraverso modelli e strumenti; il disturbo antisociale di personalità è una categoria clinica distinta. I punti di contatto non rendono i termini intercambiabili.

«Sociopatia» viene usato con significati variabili. Non basta chiamare qualcuno sociopatico per dimostrare che il suo ambiente abbia prodotto una condotta. Una distinzione televisiva tra «nato così» e «diventato così» può risultare facile da ricordare e molto più difficile da documentare.

Quando un racconto usa questi termini, cerca la definizione adottata. È una citazione di una valutazione, un’ipotesi della persona intervistata o un aggettivo di chi presenta la storia? Il pubblico dovrebbe poter riconoscere la differenza senza doverla indovinare.

Che cosa aggiunge una valutazione professionale?

Può raccogliere informazioni che il pubblico non ha: storia personale, colloqui, documenti e osservazioni pertinenti alla domanda. La qualità non dipende soltanto dal nome di un test, ma anche dalla sua adeguatezza, dall’uso e dai limiti dichiarati.

La PCL-R contiene venti item. Questo dato non permette di ricrearla con venti domande sui social o di attribuire un punteggio guardando una trasmissione. L’informazione necessaria e i criteri di valutazione non si riducono a una lista di comportamenti che ci hanno colpito.

Una valutazione non rende inoltre accessibili al pubblico tutti i dati privati. Se un resoconto cita soltanto una conclusione, dobbiamo riconoscere ciò che non possiamo controllare. Inventare il contenuto mancante di una cartella clinica non rende più completa una storia.

Malattia mentale e violenza vanno sempre insieme?

No. Psicopatia e psicosi sono concetti diversi; la somiglianza delle parole non giustifica una sovrapposizione. Il NIMH ricorda che la maggioranza delle persone con schizofrenia non è violenta. Usare un crimine per descrivere tutte le persone con quella condizione distorce il quadro.

Se una malattia è documentata in un caso, resta da capire che cosa accadesse al momento dei fatti. Quali sintomi erano presenti? Da quali fonti lo sappiamo? In che modo potrebbero essere collegati alla condotta? Un precedente diagnostico non risponde automaticamente a queste domande.

La responsabilità penale è poi una questione giuridica legata al processo concreto. Non si può assegnare un esito giudiziario partendo da una categoria psicologica. Per raccontare un’udienza servono le norme e gli atti di quella giurisdizione.

Che cosa può dirci una stima del rischio?

Una stima può aiutare a organizzare informazioni su possibili eventi futuri e condizioni rilevanti. Non è la descrizione certa di ciò che farà una persona. Gli errori, il periodo considerato e la popolazione studiata fanno parte della sua interpretazione.

Torniamo alla frode inventata. Se l’accesso ai documenti viene bloccato, cambia una delle condizioni che permettevano quel metodo. Questo non dimostra un cambiamento di personalità, e non esclude che possano comparire altri mezzi. Serve a formulare una domanda più concreta sull’occasione di ripetere la condotta.

Lo stesso ragionamento vale quando si parla di violenza: una condizione può cambiare mentre una caratteristica rimane. Per questo non basta ripetere un vecchio punteggio o leggere ogni episodio nuovo come conferma di un’etichetta.

Come controllare una spiegazione quando non conosci la materia?

Puoi chiedere che cosa è stato osservato, da chi e quando. Poi prova a togliere l’etichetta e a vedere se resta un’affermazione verificabile. «Ha organizzato tre richieste false» consente di cercare documenti; «è fatto così» lascia troppe cose indefinite.

Controlla anche se una statistica riguarda tratti, diagnosi o reati. Nel caso della ricerca sull’età, cambiare il nome del risultato trasformerebbe lo studio in qualcosa che non è. Abbiamo ricontrollato le fonti di questa pagina l’8 ottobre 2026; le ricerche mantengono la propria data e il proprio ambito.

Una storia può essere avvincente senza pretendere di entrare nella mente di qualcuno. Le domande rimaste aperte non sono un difetto da nascondere: mostrano dove vale la pena cercare altre prove.

Per il prossimo episodio

Una spiegazione psicologica in un racconto di cronaca non ti convince? Mandaci la frase e la fonte pubblica. Evita referti, cartelle cliniche, messaggi privati e dati che rendano riconoscibile chi chiede aiuto.

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