Linguaggio del corpo e menzogna: che cosa puoi davvero verificare?
Gli occhi possono rivelare una bugia? Casi Watts, Tankleff e Deskovic, studi sullo sguardo e differenza fra sospetto e riscontro.

TL;DR
Un gesto, una postura o uno sguardo non permettono di stabilire da soli se una persona mente. Osservare può aiutarti a formulare una domanda. Per verificare il racconto servono elementi che possano confermarlo o smentirlo. I casi reali mostrano entrambe le possibilità: una condotta può condurre a un riscontro utile, oppure alimentare un sospetto sbagliato.
Da un gesto a una storia intera
Durante un’intervista una persona incrocia le braccia e guarda verso l’uscita. Il commento parla di chiusura e desiderio di scappare. In pochi secondi sei passato dal vedere due movimenti all’ascoltare una spiegazione delle intenzioni. Quale prova giustifica quel passaggio?
Se vuoi riconoscere le bugie, devi poter controllare anche la spiegazione proposta. Una lettura che rende sospetta qualsiasi reazione non ti aiuta a distinguere un’ipotesi corretta da una sbagliata. La domanda utile riguarda ciò che ancora manca nel racconto.
Il modello di colloquio elaborato da Payoke e dall’Università di Gand nel 2021, disponibile in italiano, mette in guardia proprio dall’idea di un dizionario infallibile dei gesti. La comunicazione non verbale esiste e conta; attribuirle un significato di menzogna richiede una verifica ulteriore. Possiamo vedere la differenza anche seguendo le prove nei casi giudiziari.
Quando osservare i movimenti portò a trovare una pistola
Nel caso Terry v. Ohio, deciso dalla Corte suprema statunitense nel 1968, un detective aveva osservato due uomini percorrere più volte lo stesso tratto, guardare una vetrina e consultarsi. Sospettò la preparazione di una rapina. Il successivo controllo degli indumenti esterni portò alla scoperta di armi nascoste.
La condotta osservata riguardava azioni ripetute, un luogo e una possibile attività. La pistola era poi un reperto distinto, che si poteva esaminare. La condanna di Terry riguardava il porto di un’arma nascosta; non si era dimostrata una rapina attraverso un’espressione facciale.
La Corte ammise quella specifica misura limitata nelle circostanze considerate. Una decisione sulla legittimità di un intervento non misura la precisione di una tecnica psicologica. Il caso mostra un uso concreto dell’osservazione senza provare che gli occhi rivelino direttamente una bugia.
Perché il filmato di Watts sembra così convincente
Nell’agosto 2018 Chris Watts uccise in Colorado la moglie incinta Shanann e le figlie Bella e Celeste. Nel filmato seguente una videocamera della polizia lo riprende mentre il vicino mostra le proprie immagini di sorveglianza. 9NEWS lo ha pubblicato tra i materiali resi pubblici dalla procura.
Tu conosci già l’esito. Per questo una reazione può sembrarti una rivelazione immediata. Ma la videocamera della polizia documenta una conversazione e le sue reazioni; quella del vicino documenta le attività all’esterno della casa. Sono informazioni diverse.
Secondo l’atto di polizia relativo all’arresto, il veicolo di Watts si avvicinò in retromarcia all’ingresso intorno alle 5:27. Questo collega un’azione a un orario. Non stabilisce, attraverso la reazione di chi guarda, tutto ciò che accadde nella casa o venne trasportato.
L’indagine comprese dichiarazioni, recupero dei corpi, esame dei luoghi e analisi di laboratorio. Watts si dichiarò colpevole nel novembre 2018. Se vuoi analizzare un caso di true crime, puoi chiederti quale contributo preciso abbia avuto ogni fonte. Notare qualcosa che merita una domanda è diverso dal possedere già la risposta.
Tankleff: gli occhi e la falsa notizia sul padre
Martin Tankleff aveva 17 anni quando i suoi genitori furono aggrediti nella loro casa nello Stato di New York nel 1988. Un agente raccontò che spalancò gli occhi e smise di parlare quando seppe che il padre era ancora vivo. Altri investigatori lo descrissero come insolitamente calmo. Queste descrizioni si trovano nel rapporto della commissione di New York sul caso Tankleff, pubblicato nel 2008.
Durante l’interrogatorio, un detective gli disse falsamente che il padre aveva ripreso conoscenza e lo aveva accusato. La confessione successiva divenne centrale al processo. Nel dicembre 2007 il giudice d’appello annullò le condanne per nuove prove e ordinò un nuovo processo. Nel 2008 le accuse furono ritirate.
I documenti non esprimono però una sola valutazione dell’operato della polizia. La commissione difese le procedure e non riconobbe coercizione, mentre la corte accordò la nuova procedura sulla base dei nuovi elementi. Non possiamo trasformare il rapporto in un’ammissione ufficiale che una tecnica sugli occhi avesse causato da sola la condanna.
Puoi verificare che un agente descrisse quella reazione. La causa resta da stabilire. Una notizia così importante sul padre può suscitare sorpresa per più ragioni. Il racconto retrospettivo non comprende un confronto controllato con persone innocenti nella stessa situazione.
Deskovic: il dolore non lo protesse dal sospetto
Per Jeffrey Deskovic attirò attenzione una reazione diversa: sembrava troppo sconvolto. Aveva 16 anni all’epoca delle indagini sull’uccisione della compagna di scuola Angela Correa a Peekskill, nel 1989. Piangeva, partecipava ai momenti di commiato e cercava di aiutare la polizia.
Dopo interrogatori prolungati e sessioni di poligrafo senza un genitore o un avvocato presente, confessò. L’esame del DNA lo aveva escluso come fonte del liquido seminale raccolto prima del processo. Eppure fu condannato nel 1990. Nel 2006, nuovi esami e il confronto con una banca dati identificarono Steven Cunningham. Deskovic fu scarcerato in settembre e le accuse furono ritirate in novembre.
La cronologia rende evidente il problema: un dato incompatibile con una parte importante dell’accusa esisteva già. La confessione andava confrontata con quel risultato. Un’impressione sul dolore del ragazzo non rispondeva alla contraddizione.
Il rapporto richiesto dalla procura di Westchester esaminò poi le carenze. La storia coinvolse interrogatori, gestione delle tracce e decisioni giudiziarie; sarebbe scorretto ricondurla soltanto a un volto interpretato male. Accostata a Tankleff, però, mostra quanto possano essere elastiche le aspettative su come una persona innocente dovrebbe comportarsi.

Che cosa vuol dire guardare altrove?
Nel modello italiano di buone prassi sui colloqui e il linguaggio del corpo del progetto INHeRE, gli autori ricordano che evitare il contatto visivo non è una prova universale di menzogna. Il contesto comunicativo e le aspettative verso chi racconta contano. Non significa diagnosticare un trauma osservando una registrazione.
Serve anche una descrizione precisa. Guardare fuori campo, fissare a lungo una fotografia, aprire gli occhi e cambiare la dimensione delle pupille sono fenomeni diversi. Non puoi sostenere un’interpretazione con uno studio che ne misura un altro.
L’inquadratura può nascondere una spiegazione immediata: la persona rivolge lo sguardo a chi fa la domanda accanto alla telecamera. Un montaggio può invece separare la domanda dalla reazione. Ricostruire la sequenza migliora l’osservazione senza trasformarla in lettura del pensiero.
La regola destra e sinistra alla prova
La proposta della programmazione neurolinguistica associa direzioni dello sguardo a ricordare o inventare. Wiseman e colleghi la verificarono nel 2012 con tre approcci: 32 partecipanti destrimani in interviste vere e false, 50 osservatori con o senza una breve istruzione e 52 appelli pubblici classificati mediante informazioni esterne sui casi.
I risultati non sostennero la direzione prevista né un vantaggio dell’istruzione. Il test degli appelli riguardava situazioni reali, ma la classificazione dipendeva da prove indipendenti, non da un’assegnazione sperimentale della menzogna.
Questa conclusione riguarda quella regola. Non dimostra che gli occhi non rispondano mai all’attenzione o al riconoscimento. Per sostenere una diversa affermazione occorre però una prova adatta, non semplicemente invertire le frecce della stessa spiegazione.
Un volto riconosciuto non spiega il motivo
Negli esperimenti di Millen e colleghi del 2020, un dispositivo calibrato registrava lo sguardo su volti, scene e oggetti familiari o sconosciuti. Venivano analizzate fissazioni, durata e ritorni ad aree dell’immagine. Gli esiti dipendevano dal materiale e dal compito.
In quel contesto il ricercatore sapeva quali immagini erano note. Un’intervista pubblica normalmente non offre questa preparazione. Una macchia nella ripresa compressa di un occhio non sostituisce nemmeno una misurazione della pupilla.

Se riconosci una persona, resta da capire dove l’hai vista. Potrebbe trattarsi di una familiarità senza rapporto con il reato. Il riconoscimento, il tentativo di nasconderlo e la partecipazione a un fatto non si dimostrano automaticamente l’uno con l’altro.
Mani ferme e mani in movimento: risultati diversi
La meta-analisi di Sporer e Schwandt del 2007 considerava 11 categorie di comportamento visibile. Tre mostravano associazioni complessive affidabili dopo aver tenuto conto della dimensione dei campioni: durante la menzogna diminuivano i cenni del capo, i movimenti delle mani e quelli di piedi e gambe. Non emergeva un’associazione generale con l’evitamento del contatto visivo.
Un esperimento di Li e colleghi del 2024 trovò invece più tempo trascorso distogliendo lo sguardo e più contatti con il proprio corpo nella condizione di menzogna. Parteciparono 50 adulti in Cina, divisi fra 25 interviste sincere e 25 ingannevoli su un furto di portafoglio simulato.
Quel risultato positivo riguarda una situazione specifica. Non è una precisione universale, e non descrive tutte le persone di una nazionalità. Inoltre, gesticolare per spiegare e toccarsi il viso non sono la stessa categoria. Anche differenze apparentemente contraddittorie richiedono di confrontare le misure prima di scegliere quale slogan adottare.
Un ricordo sbagliato può essere sincero
Uno studio del 2025 ha analizzato 680 affermazioni verificabili contenute in 36 video selezionati di testimoni di un evento simulato. Le affermazioni corrette erano 479, quelle errate 201. I segnali non verbali misurati non prevedevano l’accuratezza né le valutazioni di credibilità.
Le persone cercavano di ricordare sinceramente. Un errore non era quindi una bugia imposta dalle istruzioni. E più affermazioni provenivano dallo stesso colloquio: 680 non equivale a 680 testimoni indipendenti.
Per te, questo significa che sicurezza ed esitazione non risolvono una contestazione sull’orario. Una persona può credere davvero a un ricordo inesatto. Serve un riscontro sul dettaglio e, per discutere l’intenzione, su ciò che la persona poteva sapere.
La persona cambia insieme alla conversazione
Confrontare qualcuno con il suo comportamento abituale sembra più equo di un criterio uguale per tutti. Ma passando da una domanda sulla giornata a un’accusa cambiano insieme contenuto, emozione e conseguenze. La nuova postura non identifica quale cambiamento l’abbia provocata.
Anche sommare più segnali può dare una falsa impressione di conferma. Voltarsi, sistemarsi una manica e spostarsi sulla sedia possono appartenere a un’unica reazione. Per combinarli servirebbe una regola verificata che conti anche le persone sincere con quella stessa combinazione.
Il pacco ritirato e la traccia del badge
In un esempio inventato chiedi chi abbia ritirato un pacco in magazzino. La persona risponde che il corriere passa sempre nel pomeriggio e guarda verso il corridoio. Hai una descrizione dell’abitudine, ma manca il ritiro di quel giorno.
Un registro del badge potrebbe documentare un accesso. Bisogna capire se individua un account, un’apertura della porta o la presenza di una persona specifica. Se il badge era condiviso o prestato, quelle informazioni non coincidono.
Anche un orario sbagliato ammette memoria inesatta, supposizione o inganno deliberato. La verifica deve riguardare il fatto e ciò che chi parla sapeva. Il gesto verso il corridoio può suggerire una domanda, ma non contiene già la risposta.
La verifica dei segnali usati negli aeroporti
Nel 2017, l’organo statunitense di controllo GAO esaminò i segnali comportamentali rivisti dalla sicurezza aeroportuale TSA. Per 28 su 36 indicatori non trovò un sostegno valido. Gli esempi comprendevano la deglutizione e il grado di apertura degli occhi.
La cifra riguarda indicatori insufficientemente giustificati, non passeggeri accusati per errore. Descrive quel programma storico, senza sostenere che l’elenco attuale sia identico. Un metodo diffuso resta tenuto a dimostrare il collegamento fra ciò che misura e la decisione che vuole sostenere.
Che cosa manca a una percentuale di successo
Considera un calcolo ipotetico: fra 1.000 risposte, 100 sono bugie e 900 sono vere. Il metodo riconosce il 90% delle bugie, ma segnala anche il 10% delle risposte sincere. Produce 90 sospetti corretti e 90 sbagliati. Solo metà delle risposte segnalate è quindi falsa.
Queste percentuali sono assunte per l’esempio, non misurate per l’analisi del corpo. Per capire un risultato annunciato devi conoscere entrambe le forme di errore e la proporzione iniziale di menzogne. Una raccolta di colpevoli già noti non offre quel confronto.
Una domanda migliore della lettura del pensiero
Conserva la domanda originale e una parte sufficiente del colloquio. Annota il gesto, la spiegazione proposta e il fatto ancora da verificare. Poi chiedi quale nuova informazione potrebbe cambiare la conclusione.
Un test solido definisce prima i criteri, usa persone nuove e nasconde l’esito a chi valuta. Deve anche mostrare ciò che la postura aggiunge alle parole e alle prove già disponibili.
Puoi notare che una persona si è voltata dopo una domanda. Attribuire quel movimento al desiderio di fuggire per una colpa aggiunge intenzioni e fatti. Finché mancano i riscontri, la descrizione può restare precisa senza diventare un verdetto.
Puoi chiedere chiarimenti su uno studio, un filmato o l’interpretazione di un gesto. Non inviare registrazioni private o documenti personali.
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